Citazioni

Dall' Odissea di Omero, libro XII

Là dentro Scilla vive, orrendamente latrando:
la voce è come quella di cagna neonata,
ma essa è mostro pauroso, 
nessuno potrebbe aver gioia a vederla,
nemmeno un dio, se l'incontra.
I piedi son dodici, tutti invisibili;
e sei colli ha, lunghissimi; e su ciascuno una testa
da far spavento; in bocca su tre file i denti,
fitti e serrati, pieni di nera morte.
Per metà nella grotta profonda è nascosta,
ma spinge la testa fuori dal baratro orribile,
e lì pesca, e lo scoglio intorno frugando
delfini e cani di mare e a volte anche mostri più grandi afferra, di quelli che a mille nutre l'urlante Anfitrìte.

(…)

L'altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo, 
vicini uno all'altro, 
dall'uno potresti colpir l'altro di freccia.
Su questo c'è un fico grande, ricco di foglie;
e sotto Cariddi gloriosamente l'acqua livida assorbe.
Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe
paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe.

Virgilio (Libro Terzo, traduzione di Annibal Caro)
Quinci partito, allor che da vicino 
scorgerai la Sicilia, e di Peloro 
ti si discovrirà l'angusta foce, 
tienti a sinistra, e del sinistro mare 
solca pur via quanto a di lungo intorno 
gira l'isola tutta, e da la destra 
fuggi la terra e l'onde. 
È fama antica 
che questi or due tra lor disgiunti lochi 
erano in prima un solo, che per forza 
di tempo, di tempeste e di ruine 
(tanto a cangiar queste terrene cose 
può de' secoli il corso), un dismembrato 
fu poi da l'altro. Il mar fra mezzo entrando 
tanto urtò, tanto róse, che l'esperio 
dal sicolo terreno alfin divise: 
e i campi e le città, che in su le rive 
restaro, angusto freto or bagna e sparte. 
Nel destro lato è Scilla; nel sinistro 
è l'ingorda Cariddi. Una vorago 
d'un gran baratro è questa, che tre volte 
i vasti flutti rigirando assorbe, 
e tre volte a vicenda li ributta 
con immenso bollor fino a le stelle. 
Scilla dentro a le sue buie caverne 
stassene insidïando; e con le bocche 
de' suoi mostri voraci, che distese 
tien mai sempre ed aperte, i naviganti 
entro al suo speco a sé tragge e trangugia. 
Dal mezzo in su la faccia, il collo e 'l petto 
ha di donna e di vergine; il restante, 
d'una pistrice immane, che simíli 
a' delfini ha le code, ai lupi il ventre. 
Meglio è con lungo indugio e lunga volta 
girar Pachino e la Trinacria tutta, 
che, non ch'altro, veder quell'antro orrendo, 
sentir quegli urli spaventosi e fieri 
di quei cerulei suoi rabbiosi cani. 
Oltre a ciò, se prudenti, se fedeli 
sembrar ti può che sian d'Eleno i detti, 
e se scarso non m'è del vero Apollo, 
sovr'a tutto io t'accenno, ti predico, 
ti ripeto piú volte e ti rammento, 
la gran Giunone invoca: a Giunon vóti 
e preghi e doni e sacrifici offrisci 
devotamente; che, lei vinta alfine, 
terrai d'Italia il desïato lito. 

Dante Alighieri (Divina Commedia, Paradiso, Canto VIII)

E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".

Jean Houel

Tornato a Messina mi fecero assistere a un fatto molto strano. 
Il popolo lo chiamava la Fata Morgana ...
Nelle belle giornate estive quando il tempo è calmo e solleva al di sopra della grande corrente marina un vapore che ispessisce fino a raggiungere una certa densità, in modo da formare nell'atmosfera dei prismi orizzontali le cui facce sono disposte in modo tale che, quando hanno raggiunto il loro grado di perfezione, riflettono e rappresentano successivamente, come uno specchio mobile, gli oggetti che sono sulla riva o nelle campagne; si possono vedere di volta in volta la città, i sobborghi, gli animali, gli uomini, le montagne; sono dei veri e propri quadri che si muovono nell'aria. Capita talvolta che due o tre prismi siano ugualmente perfetti e restino tali per otto dieci e minuti. Si accendono poi sulle loro facce una serie di bagliori che consentono alla vista gli oggetti che erano così ben rappresentati: il quadro sparisce. 
Il vapore stesso si combina diversamente e si scioglie nel movimento dell'aria. Dopo aver cercato a lungo l'origine di questo singolare fenomeno, mi sono convinto che esso deve la sua esistenza alle parti più sottili di quel bitume che forma le puddinghe, questo bitume stendendosi sulla superficie marina diventa più leggero, si combina, si volatilizza ed evapora assieme alle particelle di acqua che l'aria porta su nell'atmosfera. Esso dà così corpo al vapore condensato e le superfici lisce formano una specie di cristallo aereo che riceve la luce e riflette all'occhio trasmettendogli tutti i punti luminosi che colorano gli oggetti e li rendono sensibili alla vista. 

da " Viaggio in Sicilia ", Eid.bi.si.
introduzione di Carolo Rota, tratto da "Voyage pitoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, où l'on traitte des Antiquites qui s'y trouvent; des principaux Phenomen que la Natue y offre ... " Paris 1782-1787


Guy de Maupassant 

Si parte da Messina, a mezzanotte, in un misero battello a vapore, in cui i passeggeri di prima classe non trovano neanche panchine per sedersi sul ponte. Nessun soffio di brezza; solo l'avanzare della nave turba l'aria calma addormentata sull'acqua. Dalle rive della Sicilia e le coste della Calabria proviene un odore così intenso di aranci in fiore, che l'intero stretto ne è profumato come la camera di una donna. Ben presto, la città si allontana, si passa tra Cariddi e Scilla, le montagne scompaiono dietro di noi e, sopra di esse, appare la vetta schiacciata e nevosa dell'Etna, che sembra incappucciata d'argento al chiarore della luna piena. 
Poi si sonnecchia un po', cullati dal rumore monotono dell'elica, per riaprire gli occhi alla luce dell'alba nascente.
Ed ecco laggiù di fronte a noi, le isole Lipari. 

da Guy de Maupassant La Sicilia, Sellerio editore Palermo 1990 
Introduzione di Gesualdo Bufalino, traduzione di Simona Modica

Gesualdo Bufalino

Chi scelse di battezzare "Caronte" uno dei traghetti che fanno la spola fra la sponda calabra e la sicula, avrà agito senza malizia, per uno sfoggio di memoria classica o, addirittura, per scaramanzia. Certo è che, senza volere, ha finito con ricordare al turista che, non solo sta varcando le soglie di un Paradiso, ma anche di un luogo d'ombra e di pena. 
È qui, al cimento di questa contraddizione, che la Sicilia vi aspetta. È come se, navigando fra Scilla e Cariddi, sul solco della nave due sirene affiorassero e vi tentassero con due lusinghe contrarie: una celeste, che parla di gelsomini d'Arabia, letizie di luna, spiagge simili a guance dorate; l'altra scura, infera, con mezzogiorni ciechi a picco sulle trazzere e sangue che s'asciuga adagio ai piedi di un vecchio ulivo. Nel rapporto fra queste due voci, nel loro incontro e scontro, consonanza e dissonanza, sta il segreto doloroso e la ricchezza della nostra storia. 
A farla breve, il primo consiglio a chi sbarca in Sicilia è di spiare in ogni parlata o mimica indigena, in ogni spettacolo naturale e contegno umano, la testimonianza, ora alterna, ora contemporanea di un fumo nero e di un fuoco.

Da Gesualdo Bufalino "La Luce il Lutto", Sellerio, Palermo, 1996 

Vincenzo Consolo

La leggenda più messinese parla di Colapesce.
Colapesce, un giovane di torre Faro, la punta più estrema di Capo Peloro, è uno straordinario subacqueo che passa più tempo dentro il mare che sopra la terra. Il re, dice una delle varianti del racconto, lo incarica un giorno di vedere su cosa poggia Messina. Cola si tuffa, ispeziona e rapporta: la città è fabbricata su uno scoglio ed è sostenuta da tre colonne: una rotta, una scheggiata e una intatta. E profetizza: "Missina, Missina, / Un jornu sarai mischina!". Meschina, infelice Messina è stata veramente tante volte per via di quelle colonne, del loro traballare e far crollare la città, produrre stragi. L'ultimo disastroso terremoto, si sa, fu quello del 1908, che fece sessantamila morti, distrusse una magnifica città, maestosa porta della Sicilia, il porto d'ogni approdo e d'ogni scambio. Dalle macerie Messina rinasceva, veniva progettata e ricostruita nel nuovo assetto in cui oggi la vediamo.

Da Vincenzo Consolo Di qua dal faro Oscar Mondadori, Milano 1999 

Alexandre Dumas 
Man mano che salivo, il paesaggio, delimitato a sud da Messina e a nord dalla punta del Faro, s'ingrandiva davanti e a me, mentre ad est si estendeva come uno scenario tutto variopinto con villaggi, pianure, foreste e montagne quella lunga catena di Appennini, che, nata dietro Nizza, attraversa l'intera Italia e va a morire a Reggio. A poco a poco, cominciai a dominare Messina, poi il Faro; al di là della cittadina appariva come una vasta tovaglia d'argento distesa al sole, il mare Ionio; oltre il Faro, si srotolava più stretto, simile a un immenso nastro di un azzurro marezzato, il mare Tirreno. Ai miei piedi, avevo lo stretto che valutavo in tutta la sua lunghezza, la sua corrente era avvertibile come quella di un fiume e mi suggeriva , con un ribollio perfettamente visibile, la natura di quei vortici di Cariddi, così temuti dagli antichi e che Omero nell'Odissea situa ad un tiro d'arco da Scilla, benché si trovi a una distanza effettiva di tredici miglia. ..
Rivedevo gli stessi luoghi che avevano visto Ulisse ed Enea, cantati da Omero e Virgilio. Quel villaggio pittoresco, vicino a una roccia svettante e sormontata da una piazzaforte era Scilla che tanto aveva spaventato Anchise. Quel mare schiumante ai miei piedi, sedato soltanto dal passare dei millenni, era il velo che mi copriva l'implacabile Cariddi, dove Federico II lanciò per a terza volta tra i flutti quella coppa d'oro che Cola Pesce, poetico eroe della ballata di Schiller, tentò invano di andare a riprendere. 

da Alexandre Dumas Viaggio in Sicilia Pungitopo Marina di Patti 1988 
introduzione e traduzione di Valeria Gianolio

Roger Peyrefitte

Tutte le flotte del mondo sono passate nella falce perfetta del suo porto dominato da pittoresche montagne; si vedono affiorare in superficie i fumaioli delle navi che sono andate a raggiungere, in fondo al mare, quelle dei Cartaginesi, dei Greci, dei Romani, dei Saraceni, dei crociati, di Carlo V, di Ruyter e di Murat. 
Per ricordarci i pericoli dello Stretto, gli antichi avevano inventato la favola di Scilla e Cariddi: quei due mostri esistono ancora, ma hanno preso i nomi più innocenti di "rema montante" e "rema discendente" e, in certe ore le navi, per superarle, devono lottare.

da Roger Peyrefitte Dal Vesuvio all'Etna Sicilia, Ediprint 1986 Siracusa 
Introduzione di Gesualdo Bufalino, traduzione di Enzo Papa 


Al Idrisi 

A Messina dove si raccolgono le grandi navi nonché i viaggiatori e i mercanti dei più svariati paesi latini e musulmani, i mercati sono fiorenti, le mercanzie hanno smercio e numerosi vi affluiscono gli avventori. 
Il porto è un'autentica meraviglia e se ne fa un gran parlare in tutto il mondo dato che non vi è nave, di qualsiasi stazza essa sia, che non possa gettar l'ancora nei pressi della spiaggia in modo da procedere allo scarico delle merci passandole di mano in mano fino alla terraferma.
Messina giace sullo Stretto attraverso il quale si traghetta in Calabria; quel tratto di mare è difficile massimamente quando il vento soffia in senso contrario all'acqua; se poi avviene l'incontro di opposte correnti marine, allora è estremamente difficile scampi, se non per grazia dell'Altissimo, chi si ritrova avviluppato in esse. La larghezza massima dello Stretto è di dieci miglia, la minima di tre soltanto". 

da Idrisi "Il libro di Ruggero. Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il Mondo" Flaccovio Editore , Palermo 1994
traduzione e note di Umberto Rizzitano


Stefano D'Arrigo 

"Cariddi, una quarantina di case a testa di tenaglia dietro lo sperone, in quella nuvolaglia nera, visavì con Scilla sulla linea dei due mari…".

da Stefano D'Arrigo Horcynus Orca