Scilla e Cariddi 

Tra le numerose vicissitudini affrontate nel corso del suo viaggio di ritorno ad Itaca,Ulisse si trovò a fare i conti con due giganteschi mostri che sorvegliavano il tratto di mare tra la Sicilia e la Calabria, impedendo ai naviganti di attraversarlo indenni. 
Sulla costa calabrese si nascondeva Scilla, un mostro dotato di sei lunghissimi colli su cui poggiavano orrende teste che divoravano tutto; dall'altro lato, Cariddi, dal greco vortice, ingoiava qualsiasi cosa vedesse navigare in quelle acque e poi rigettava tutto in mare. Per la mitologia greca Scilla era colei che dilaniava, Cariddi colei che risucchiava, entrambi simboli delle forze distruttrici del mare. 
Un tempo Scilla era conosciuta come una bellissima donna, figlia di Ecate. Di lei si innamorò perdutamente Glauco, ma la maga Circe, per invidia, trasformò Scilla in un orrendo mostro di forma canina. Quanto a Cariddi, figlia di Poseidone o Forco e della Madre Terra o Gea, era considerata una donna vorace. Poiché divorò gli armenti di Gerione mentre Eracle attraversava lo Stretto, per vendetta Giove la scagliò sulla terra insieme ad un fulmine, la trasformò in un gorgo e, da allora, la condannò a bere enormi quantità di acqua che poi ributtava in mare. Scilla e Cariddi, pur essendo state localizzate tra le due rive dello stretto di Messina, dove le coste sono più vicine, furono intese in senso lato a rappresentare i pericoli del mare dove questo è molto ristretto, ma anche come metafora della vita umana vista come un viaggio tra immense difficoltà. Di Scilla, mostro con tante teste, rimangono molte raffigurazioni iconografiche. Ciò non si è verificato per Cariddi, difficile da rappresentare come voragine sottomarina. 
La città di Messina, a simboleggiare i pericoli dello Stretto, ha raffigurato i due mostri in una fontana, quella del Dio Nettuno o Poseidone nell'atto di stendere la mano per placare l'ira delle due ninfe Scilla e Cariddi, che giacciono incatenate ai suoi piedi. L'opera è del maestro Giovan Angelo Montorsoli (1557).