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Fin dall'antichità Capo Peloro e la naturale scenografia del suo paesaggio hanno alimentato la fantasia di molti studiosi e viaggiatori e dato vita ad entusiasmanti descrizioni ora dei gorghi, ora della pesca al pescespada, ora del fenomeno della fata Morgana per cui si è accumulata una copiosa memorialistica letteraria e scientifica sull'argomento.
Aristotele, Virgilio, Lucrezio descrissero lo Stretto e i suoi vortici. Il geografo arabo Al Edrisi definì quel tratto di mare molto difficile "massimamente quando il vento soffia in senso contrario all'acqua, allora è estremamente difficile che scampi, se non per grazia dell'Altissimo". Strabone ne descrisse "l'orrenda profondità", Sallustio avvertì che il "mare di Cariddi è pericoloso ai naviganti"; Pomponio Mela lo definì "Charydis mare vorticosum", mentre Isidoro scrisse "la cosiddetta Cariddi da ogni occulto gurgito le navi risucchia" e Dante Alighieri cantò nel Paradiso "la bella Trinacria, che caliga tra pachino e Peloro, sopra 'l golfo che riceve da Euro maggior briga...".
In tempi moderni le atmosfere dello Stretto incantarono quanti giunsero in Sicilia a partire dalla fine del Settecento. Jean Houel scrisse che "dalle rive della Sicilia e le coste della Calabria proviene un odore così intenso di aranci in fiore, che l'intero stretto ne è profumato coma la camera di una donna", mentre Alexandres Dumas si appostò sui monti per godersi in tutto il suo splendore il panorama e scrisse "ai miei piedi avevo lo stretto, che valutavo in tutta la sua lunghezza, la sua corrente era avvertibile come quella di un fiume e mi suggeriva con un ribollio perfettamente visibile, la natura dei vortici di Cariddi, così temuti dagli antichi e che Omero nell'Odissea situa ad un tiro d'arco da Scilla...".
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